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Tullio de Mauro: “Gli italiani parlano (anche) in dialetto”

Prof. Anna
Civiltà,   La lingua italiana,   Lettura

Care lettrici e cari lettori di Intercultura blog, bentrovati! Spero abbiate trascorso buone feste e auguro a tutti voi un buon inizio.

Vorrei cominciare l’anno condividendo con voi un’intervista a un grande linguista scomparso proprio oggi: Tullio de Mauro.

Tullio de Mauro è stato un autorevole linguista, docente universitario, saggista e ministro dell’Istruzione dal 2000 al 2001. Tra le sue opere più importanti la Storia della linguistica dell’Italia unita ( Bari, Laterza, 1963; 1970 ) e Il grande dizionario italiano dell’uso (Torino, UTET, 1999), quest’opera riunisce più di 270.00 vocaboli catalogati secondo l’uso: dalle più comuni alle più rare.

Leggiamo questa interessante intervista in cui de Mauro illustra i risultati dei suoi studi secondo i quali quasi la metà degli italiani alterna l’uso dell’italiano a quello del dialetto.

Se ci sono parole che non conoscete, vi consiglio di usare il dizionario online: cliccando due volte sulla parola sconosciuta si aprirà una piccola finestra, cliccando una volta su questa finestra apparirà il significato.

Buona lettura!

Che cos’è una storia linguistica?
“È la storia di una comunità che può anche parlare diverse lingue. Tanto più di una comunità come quella italiana dove, a differenza di altri paesi, c’è un marcato multilinguismo. È la masse parlante di cui scrive Ferdinand de Saussure”.

È una storia d’Italia sub specie linguistica (sotto l’aspetto linguistico)?
“Possiamo dire così. Non riesco a capire perché gli storici italiani trascurino quest’aspetto. Accade in prevalenza da noi, dove pure è impossibile ignorare il modo in cui le persone si capivano o non si capivano. In fondo uno dei motivi alla base della richiesta di unificazione del paese era proprio la comunanza di lingua. Che poi la comunanza fosse una chimera è un problema sul quale gli storici dovrebbero soffermarsi”.

E tanto più dovrebbero soffermarsi sulla formidabile convergenza degli italiani verso l’italiano avvenuta negli ultimi quarant’anni.
“È un fenomeno vistoso che induce a rivedere, almeno su questo versante, un certo pessimismo nelle ricostruzioni della nostra storia recente. Il bisogno di trovare un terreno d’intesa, da Nord a Sud, ha avuto un esito indubbio. E il bisogno l’ha avvertito più la popolazione italiana che non le classi dirigenti. Questo va sottolineato senza populismi”.

E però, lei aggiunge, chi diagnosticava la morte dei dialetti deve ricredersi.
“Posso inondarla di cifre?”.

Certamente.
Fino al 1974 la maggioranza degli italiani, il 51,3 per cento, parlava sempre in dialetto. Ora chi parla sempre in dialetto è sceso al 5,4. Ma, regredendo l’uso esclusivo, è andato crescendo quello alternante di italiano e dialetto: nel 1955 era il 18 per cento, oggi è il 44,1. Quelli che adoperano solo l’italiano sono il 45,5 per cento. È vero che i toscani, i liguri e gli emiliano-romagnoli parlano solo in italiano fra l’80 e il 60 per cento e che i lucani, i campani e i calabresi vanno dal 27 al 20 per cento. Ma è vero anche che chi usa solo il dialetto in queste regioni del Sud non supera il 12-13 per cento”.

E quest’alternanza quanto incide sulla capacità di comprendersi l’un l’altro?
In una conversazione, non sempre in maniera programmata, si passa dall’italiano al dialetto e viceversa molto facilmente. Ovviamente rivolgendosi a un interlocutore che il dialetto possa capirlo. Gli inglesi lo chiamano code switching o code mixing. È uno strumento prezioso per arricchire il parlato, migliorando l’espressività“.

Lei sostiene che l’acquisizione dell’italiano comune sia stata favorita dalla mescolanza di tanti idiomi.
“Quante più lingue si confrontano tanto più cresce l’esigenza di una lingua comune. L’importante è che l’ambiente sia unitario. È un fenomeno verificabile fin dal Cinquecento a Roma, per esempio, dove affluiscono popolazioni da molte regioni dopo il sacco dei lanzichenecchi. La classe dirigente, cioè la curia, era pan-italiana”.

Le donne convergono verso l’italiano prima e più degli uomini.
“Questo accade sia nei contesti familiari, dove le donne rivolgendosi ai bambini prediligono l’italiano, sia fuori da quest’ambiente: lo attestano i dati sulla lettura o quelli sui rendimenti scolastici”.

E oltre al multilinguismo cos’è che ha diffuso l’italiano?
“Sono tanti i fattori: l’emigrazione interna, l’affluenza nelle grandi città, radio e televisione. Ma va sottolineato l’alto livello di scolarizzazione che ha portato al diploma secondario il 75 per cento dei ragazzi. Purtroppo questa richiesta di più alta formazione si è arrestata negli ultimi anni “.

In che senso?
Il numero dei laureati in Italia resta basso rispetto alla media europea e ormai si diffonde la sfiduciata convinzione che una laurea serva a poco, perché molte imprese sembra non abbiano bisogno di alti livelli d’istruzione“.

E invece la scuola resta essenziale in questo processo.
“L’italiano ha un congegno più complicato dell’inglese o del francese, richiede un controllo che la scuola può offrire. Ancora oggi una consapevolezza piena la si acquisisce alle superiori, quando queste funzionano bene. Il che non è sempre vero: soprattutto il triennio finale è rimasto molto indietro. I programmi non sono stati aggiornati e l’impianto è troppo segmentato in discipline e poco attento alle competenze trasversali”

[…]

intervista tratta da: http://www.repubblica.it/cultura/2014/09/29/news/tullio_de_mauro_gli_italiani_parlano_anche_in_dialetto-96922903/

LETTURA E COMPRENSIONE

Dopo aver letto il testo provate a rispondere alle seguenti domande:

1- Da quale fenomeno linguistico è caratterizzata la comunità italiana?

2- Quale fu uno dei motivi alla base della richiesta dell’unificazione del Paese?

3- Negli anni ’70 la maggioranza della popolazione italiana parlava italiano o dialetto?

4- E oggi?

5- Perché le donne convergono verso l’italiano più degli uomini?

6- Quali elementi hanno contribuito alla diffusione dell’italiano?

7- Rispetto alla media europea, il numero dei laureati in Italia è alto o basso?

8- Perché?

Per la lezione

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Commenti [3]

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  1. Martin scrive:

    molto grazie. Ho capito che so poco del fatto, che quasi ogni Italiano secondo parla anche in dialetto. Questo si dimentica frequentando solo corsi italiani in Germania.

  2. Io so che in quasi tutti i paesi europei si parlano molte lingue diverse.In questa intervista comprendo meglio il corso della lingua italiana . Io pensavo che il merito fosse tutto de Dante Alighieri che impostò la lingua de Firenze grazie alla
    sua meravigliosa opera “La Commedia”. È ammirevole purtroppo di mantenere i valori delle lingue e delle parlate locali delle regioni rurali e insulari, perché anch’essi fanno parte del patrimonio nazionale (sebbene sia troppo difficile per noi, stranieri)
    Vi ringrazzio davvero per la qualità del vostro lavoro. A presto

    • Zanichelli Avatar

      Cara Norma, ti ringrazio per aver espresso il tuo pensiero.
      Un saluto
      Prof. Anna